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Il contribuente ha la facoltà di impugnare il diniego di accoglimento dell'istanza di interpello

28 Marzo 2018 |

Cass. civ., sez. VI-T, 26 marzo 2018, n. 7497

Interpello

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7497/2018, ha ricordato che in tema di tema di contenzioso tributario, l'elencazione degli atti impugnabili contenuta nell'art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992 ha natura tassativa, ma non preclude la facoltà di impugnare anche altri atti, ove con gli stessi l'Amministrazione porti a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, esplicitandone le ragioni fattuali e giuridiche, è possibile, dunque, un'interpretazione estensiva delle disposizioni in materia, in ossequio alla norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento dell'amministrazione, ed in considerazione dell'allargamento della giurisdizione tributaria operato con la Legge n. 448/2001.

Se ne deduce che il contribuente ha la facoltà, non l'onere, di impugnare il diniego del Direttore Regionale delle Entrate di disapplicazione di norme antielusive ex  art. 37-bis  d.P.R. n. 600/1973, atteso che lo stesso atto è un provvedimento con cui l'Amministrazione porta a conoscenza del contribuente, pur senza efficacia vincolante per questi, il proprio convincimento in ordine ad un determinato rapporto tributario. "Tale principio regolatore - continuano dalla Corte - si è consolidato nel diritto vivente sino ad essere stato ripreso anche in altri contesti fiscali".

 

Nel caso di specie l'Agenzia delle Entrate proponeva ricorso in Cassazione per aver la Commissione regionale ritenuto impugnabile il diniego di accoglimento dell'istanza di interprello disapplicativo (ex art. 37-bis d.P.R. n. 600/1973 delle disposizioni contenute nell'art. 30 della Legge n. 724/1994 recante le disposizioni di contrasto all'utilizzo a fini elusivi di società non operative).

 

I Giudici di legittimità vogliono dare senz'altro continuità ai su esposti superiori principi, e nel decidere nel merito della questione, ricordano che: il recente intervento dell'art. 6 del D.Lgs. n. 156/2015 ha una valenza di novità e quindi non può che disporre per il futuro – infatti la norma in commento non ha le caratteristiche né dell'interpretazione autentica né dell'innovazione retroattiva. Perciò, la società contribuente aveva un interesse qualificato a insorgere contro un atto che non era meramente consultivo, ma aveva una sua lesività, in quanto tale la risposta all'interpello ha l'effetto di incidere sulla condotta del soggetto istante, in ordine alla dichiarazione dei redditi in relazione alla quale l'istanza è stata inoltrata.

 

Per questi motivi la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate.

 

 

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