Focus

Giudizio di rinvio, riassunzione davanti alla CTR e istanza di sospensione dell’efficacia dell’atto di riscossione

Sommario

La riassunzione del giudizio di rinvio | Le regole del giudizio di rinvio | La mancata riassunzione del giudizio di rinvio | La riscossione delle somme dovute in caso di pendenza del giudizio di rinvio |

La riassunzione del giudizio di rinvio

 

In via generale, il giudizio di rinvio rappresenta la fase (c.d. fase rescissoria) in cui un giudice del merito, differente da quello di appello, esamina il merito della decisione annullata dalla Corte di Cassazione (c.d. fase rescindente).

Il rinvio può essere effettuato alla Commissione tributaria regionale o a quella provinciale; nel primo caso quando la Corte Suprema ha cassato la sentenza emessa dal giudice di appello, nella seconda circostanza quando ha rilevato un vizio di nullità del giudizio di primo grado in base al quale il giudice di appello avrebbe dovuto rimettere le parti davanti al primo giudice.

 

In sintesi, il giudizio di rinvio è caratterizzato dai seguenti passaggi:

a)    notifica dell’atto di riassunzione nei riguardi di tutte le parti personalmente davanti al giudice indicato dalla sentenza di cassazione entro sei mesi dalla pubblicazione della stessa;

b)     costituzione in giudizio tramite deposito dell’atto di riassunzione a suo tempo notificato entro 30 giorni dalla notifica stessa e di copia autentica della sentenza con rinvio della Corte Suprema presso il giudice di rinvio (Commissione tributaria regionale o provinciale);

c)    richiesta da parte della segreteria della Commissione tributaria adita del fascicolo del processo alla Corte di Cassazione;

d)    svolgimento del processo davanti al giudice di rinvio cui segue l’emanazione della sentenza ed eventuale impugnazione della stessa davanti al giudice superiore.

La produzione in giudizio di copia autentica della sentenza di rinvio della Corte di Cassazione è condizione di inammissibilità del giudizio di rinvio.

L’eventuale notifica dell’atto di riassunzione al difensore della parte in luogo della parte personalmente è ritenuta nulla e non inesistente; ne discende che l’invalidità è sanabile con la successiva costituzione in giudizio dell’altra parte (Cass. 30 marzo 2007 n. 7970). Nello specifico, a causa del collegamento sorto in precedenza tra la parte e il difensore per precedenti designazioni, il giudice del rinvio, ai sensi dell’art. 291 c.p.c., non può dichiarare l’estinzione del processo, ma, sempre che la parte intimata non si sia costituita in giudizio sanando l’invalidità, deve ordinare la rinnovazione della notifica.

 

Il termine entro il quale il processo deve essere riassunto è, come si diceva, di sei mesi decorrente dalla data di pubblicazione della sentenza; non trova infatti applicazione nel processo tributario la riduzione del termine da sei a tre mesi stabilito dall’art. 392 c.p.c. stante la specifica indicazione contenuta nell’art. 63 D.Lgs. 546/92, considerata norma speciale. È fatto salvo il termine di sospensione feriale.

Se invece la riassunzione fosse stata effettuata solo nei riguardi di una parte, il giudice non dovrebbe dichiarare l’inammissibilità dell’atto di riassunzione, ma procedere ad integrare il contraddittorio.

Alla riassunzione può provvedervi una delle parti interessata alla prosecuzione del giudizio; nel processo tributario, tale interesse si riscontra in realtà nel solo contribuente perché, in caso di mancanza, l’atto impugnato originariamente davanti alla commissione tributaria provinciale diventa definitivo.

Le regole del giudizio di rinvio

 

A causa della natura non impugnatoria dell’atto di riassunzione e del litisconsorzio necessario che si determina nel giudizio di rinvio fra le stesse parti del processo di cassazione, una volta che il contribuente riassuma il giudizio, le altre parti possono ritualmente assumere le conclusioni di merito anche dopo il termine di sei mesi stabilito dalla legge per la riassunzione stessa (Cass. 19 gennaio 2000 n. 538).

In via generale, il giudizio di rinvio ha un oggetto circoscritto dalla sentenza di annullamento della cassazione e ha i suoi limiti nel parziale giudicato che si fosse formato e nelle preclusioni che si fossero verificate nel corso del processo.

In sede di rinvio si osservano le norme stabilite per il procedimento davanti alla Commissione tributaria a cui il processo è stato rinviato. In tale giudizio di rinvio le parti conservano la stessa posizione processuale assunta nel procedimento in cui fu pronunciata la sentenza annullata; in particolare, ogni riferimento a domande, eccezioni pregresse e difese svolte produce la conseguenza di richiamare univocamente ed integralmente domande, eccezioni e difese già spiegate nel giudizio originario.

 

È dunque possibile depositare memorie illustrative nel termine stabilito dall’art. 32 D.Lgs. 546/92, così come dovrebbe valere la richiesta di pubblica udienza formulata nel giudizio nel quale è stata emessa la sentenza cassata.

Da qui il principio secondo cui per la validità dell’atto riassuntivo, non sia indispensabile riprodurre tutte le domande della parte in modo specifico, essendo sufficiente richiamare l’atto introduttivo. In base a quest’ultimo, si può determinare “per relationem” il contenuto dell’atto di riassunzione e il provvedimento in base al quale è avvenuta la riassunzione stessa (così Cass. 30 ottobre 2014 n. 23073).

Le parti non possono formulare richieste diverse da quelle prese nel procedimento in cui è stata emessa la sentenza cassata, salvi gli adeguamenti imposti dalla sentenza di Cassazione (Cass. 13 aprile 2016 n. 7222).

La parte che riassume la causa davanti al giudice di rinvio non deve rilasciare una nuova procura al difensore che la avesse assistita e rappresentata nel giudizio di merito.

La mancata riassunzione del giudizio di rinvio

 

Come si diceva, la riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio rappresenta un’attività di impulso processuale tra i medesimi soggetti che sono stati parte nel giudizio di Cassazione; se nessuna di loro vi provvede, il processo tributario si estingue, determinando “la definitività dell’avviso di accertamento che ne costituiva l’oggetto” (Cass. 3 luglio 2013 n. 16689; Cass. 11 novembre 2015 n. 23049) fatti salvi i limiti del giudicato interno, vale a dire i capi delle sentenze che non sono stati oggetto di impugnazione e dunque sono diventati definitivi.

In altre parole, la mancata e l’intempestiva riassunzione della causa “determinano, ai sensi del comma 2 del richiamato art. 63 D.Lgs. 546/92 la caducazione di tutte le pronunce emesse nel corso del processo tranne quelle già passate in giudicato e con salvezza dell’atto originariamente impugnato in primo grado. La stessa conseguenza si verifica laddove, iniziato il giudizio di rinvio, questo si estingua.” (E.M. Ruffini, Il giudizio di Cassazione nel processo tributario, Giuffré Editore, Milano, 2016, pag. 191).

La riscossione delle somme dovute in caso di pendenza del giudizio di rinvio

 

Il D.Lgs. 156/2015 emanato in attuazione della Delega Fiscale ha confermato il criterio, previsto dall’art. 68, D.Lgs. 546/92, della riscossione frazionata del tributo in pendenza di giudizio. Sancendo, in particolare, la provvisoria esecuzione delle sentenze delle commissioni tributarie, la norma ha graduato la determinazione degli importi da versare in base all’esito della decisione ed al grado dell’organo giudicante.

L’art. 68 è stato inoltre riformulato poiché nella sua versione precedente non riportava la misura dell’importo da recuperare successivamente alla sentenza di cassazione con rinvio tenuto conto che si prevedeva solo la disciplina della riscossione provvisoria all’esito dei soli giudizi di primo e di secondo grado. Nello specifico è stata introdotta al comma 1, la lettera c- bis) in base alla quale dopo la sentenza della cassazione con rinvio è dovuta l’imposta esigibile in pendenza del giudizio di primo grado (1/3).

Tale disposto ha dato luogo a più di una perplessità in dottrina perché la riscossione avviene in una fase in cui la pretesa impositiva è stata già oggetto di esame da parte del giudice.

E’ ben vero che la pronuncia di annullamento con rinvio determina l’inefficacia dei giudizi precedenti il rinvio stesso e, in sostanza, una situazione analoga a quella esistente prima dell’inizio dell’intera vicenda processuale, ma più di un commentatore autorevole ha evidenziato dubbi sulla legittimità nella fase del rinvio di riscuotere delle somme dovute in pendenza di giudizio di primo grado.

In altre parole, ci si è domandati come si possa parlare di reviviscenza di un atto impositivo, magari annullato nel frattempo, in caso di riassunzione tempestiva del giudizio di rinvio e che potrebbe riacquistare la propria efficacia solo nell’ipotesi di estinzione del giudizio, di mancata riassunzione del giudizio di rinvio o di pronuncia favorevole del giudice di rinvio stesso.

Sulla questione è anche intervenuta la Circ. AE 29 dicembre 2015 n. 38/E che ha distinto le modalità di riscossione del tributo nelle due diverse ipotesi di pendenza del giudizio di rinvio e di mancata riassunzione della causa a seguito di una sentenza della Corte di Cassazione con rinvio. Nella prima ipotesi, ha precisato che l’imposta con i relativi interessi deve essere pagata per l’ammontare dovuto nella pendenza del giudizio di primo grado; nella seconda, per l’intero importo indicato nell’atto impugnato

 

Va peraltro evidenziato che il legislatore nulla dice a proposito della possibilità di attivare il procedimento di sospensione cautelare durante il giudizio di rinvio poiché la fase cautelare è espressamente consentita solo per la pendenza del processo tributario di primo grado, di appello, di cassazione e di revocazione.

Alla mancata regolamentazione, si risponde che, dovendo l’Agenzia iscrivere a ruolo e notificare la cartella di pagamento dopo la pronuncia della Cassazione, in pendenza del rinvio sarà possibile impugnare tali atti chiedendone la sospensione cautelare.

Tuttavia, come precisato da A. Marcheselli, Contenzioso tributario, Milano 2018, pag. 1203, “tali impugnazioni, a rigore, potrebbero riguardare solo i vizi propri di tali atti e non questioni attinenti la fondatezza delle pronunce giurisprudenziali di cui al giudizio in corso e per il quale pende il giudizio di rinvio”. Se così è la riscossione provvisoria durante il giudizio di rinvio senza possibilità di ottenere una sospensione cautelare pare violare gli artt. 3 e 24 Cost per violazione del diritto di difesa (che implica l’esperabilità di azioni cautelari”).

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